Giringiro

Scrivere una storia del giro d’Italia è per  queste pagine  francamente impossibile e diventerebbe un mero esercizio di storia come ce ne sono a bizzeffe in giro, tuttavia alcune importanti e corredate di bellissime fotografie.  Quello che ci preme dire qua è come il Giro, con la gi maiuscola, sia foriero di sensazioni uniche, bellissime, tipiche delle dinamiche focose di noi Italiani, che storicamente per le due ruote e il pallone siamo capaci di tifare e riunirci davanti la televisione, di prenderci come una volta, quando comunisti e democristiani affollavano le tribune elettorali. E’ dal 1909 che accade. E ogni anno si rinnova questo rituale. I nomi che ci frullano nella testa sono indimenticabili, anche chi non si è mai interessato a questo sport ne conosce qualcuno. Coppi, Bartali, Moser, Merckx, Pantani e oggi Nibali. Le curiosità e gli aneddoti si perdono nella notte dei tempi. Dalla famosa vittoria di Giordano Cottur a Trieste nel 1946, sotto una selva di pallottole, alla storia di Malabrocca, ultimo degli ultimi, maglia nera, ma sempre vincente, alle fughe spettacolari e vincenti del Diablo Chiappucci, ai duelli Pantani Armstrong, a Ganna che dichiara dopo aver vinto il primo Giro “me brusa il cul”, a causa dei sellini di cuoio, e ancora alle 500 spostate a braccia sulle tre cime di Lavaredo nel 1967 per fare spazio alla salita di Gibi Baronchelli e del  Cannibale Mercks, tallonato da Gimondi, ad oggi con il corridore vegetariano, l’Etiope, o il cinese che vuole diventare il “corridore più forte dell’Asia”. Ecco. Che dire ancora? Che ci sono centinaia di corridori che nessuno mai ricorderà ma che anche loro fanno parte della storia, che soffrono, che spingono, che lavorano per far vincere il capitano, e che finiscono il Giro d’Italia. Tanto di cappello. Non sono in tanti a poterlo dire. Un po’ pensiamo anche a loro quando ci mettiamo davanti alla tv.  E ora buon Giro a tutti

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