La bici è lì

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(Pubblichiamo questo bel racconto di Dario Arzani, Cicloriparatore 4)

Disadorna quanto basta e un po’ ammuffita. Rugginosa e male in arnese. Una bici del passato. Una bici dimenticata. Fa corollario al cassonetto della rumenta. Nemmeno gli spazzini, i robivecchi ed i ladri di biciclette la degnano di considerazione. Un vero cancello. Un ravatto assoluto.

Riversa, con quella forcella volta verso il cielo come un braccio che chiede soccorso, cercava d’attirare l’attenzione dei passanti. Di quei pochi che, saltuariamente, frequentavano il caroggio.

Toccò a Gianni raccoglierla. Toccò a lui, che da quel vicolo non passava mai. Prima la guardò con sospetto e circospezione. Poi una forza misteriosa lo attrasse verso quel ferrovecchio con impeto magnetico. Allungò una mano e la estrasse come Excalibur. Come la spada nella roccia. Da quell’insieme di rumenta variegata ed indifferente.

La percosse quel tanto da scrollarle di dosso polvere e spazzatura poi, con fatica, la trascinò verso casa lasciando sul lastricato, come Pollicino, frammenti di copertone esausto e disfatto dal tempo.

Quindi, giunto davanti al portone, si passò una mano tra i capelli e sommessamente esordì: che belinone. E adesso? Devo arrivare al quarto piano con questo po po di peso sulle spalle. E con queste scale ripide come la Bocchetta. Sono proprio un ciciollo, pensò. Ma come si dice di necessità virtù. Pertanto all’assalto. E con determinazione afferrò il ciclo, fece passare la spalla destra dentro al triangolo del telaio, con la mano destra afferrò il tubo obliquo, sollevò il mezzo e a tutta birra affrontò la salita.

A metà strada, già ansimava come un mantice e gli venivano in mente le parole di Guccini: c’è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo dopo una corsa. Alla quinta rampa lampi e luccichii gli baluginavano davanti a gli occhi. Dinnanzi alla porta di casa, come Fantozzi vide la Madonna. E ci mancò poco che si accasciasse in sciù balôu, con il rischio di precipitare e dover ricominciare tutto da capo. Ma se Dio volle era arrivato. Urrà! Tenacia e determinazione furono premiate.

Aprì la porta e l’ingresso, ovviamente alla genovese, lo accolse come sempre. Cucina. Gabinetto d’altri tempi. Camera con vista caroggi. Camera con vista tetto.

Dove la metto? Nello sgabuzzino no. Entrerebbe a fatica un triciclo. Magari rosso. Magari di legno. La lascio qui in sala? Nooo. Meglio nella cameretta. Meglio. Spinse con decisione la porta, inoltrò la bici e se stesso, quindi l’appoggiò al muro. Lì. A ghe pâ nasciûa. Commentò con orgoglio e vibrante soddisfazione. Poi chiuse la porta della stanza. Girò la chiave nella toppa della porta di casa e leggero nell’animo e nella mente si precipitò a valanga giù per le scale, fino a piombare nella via della Maddalena con un salto degno di Joe Sentieri. Hop!

Tornato dal lavoro, dopo aver cenato, rigovernato, si concesse un po’ di relax. Estrasse dalla tasca della giacca un libro. Un libro divulgativo. Un libro pretenzioso: La storia della bicicletta. Mica belinate. Si accomodò sulla sedia e lo depose sul tavolo.

L’aveva acquistato presso le bancarelle di via degli Orefici. Ravattando tra libri Gialli, di Fantascienza, e qualche consunto fotoromanzo. Giornali del diavolo, come li appellò la catechista. I fotoromanzi. Gli capitò tra le mani come per caso. Senza apparenti divinazioni. Ma, accidenti, era il libro giusto.

Contemplata la copertina, che ostentava un ciclista lanciato a tutta birra con la testa tuffata nel manubrio, voltò pagina e dopo la prefazione a firma Orio Vergani, mica uno qualunque, s’inoltrò nella Storia.

Quando si svegliò, al mattino, era distrutto. Come se avesse corso tre Tour de France e quattro Giri d’Italia. Aveva dolori da tutte le parti: collo, braccia, spalle, gambe e soprasella. E poi la testa. Accidenti la testa. Gli scoppiava e girava come i ciclisti al Vigorelli. Roba da pistard.

Conquistò la cucina, anzi l’angolo cottura e si fece una trasfusione di caffè. Col rischio di essere denunciato per recidività al doping. Poi mise la testa sotto al bronzino e, come diceva Gaber, si fece uno sciampo. Per ritrovare equilibrio e sanità mentale.

Ripristinato il Ph, riequilibrato il metabolismo, rimase assorto per alcuni secondi, poi colto da un’illuminazione esclamò: belin! Ho dormito sul tavolo tutta la notte! Tutta colpa di quel libro. Di quell’accidenti di libro. Ma desso lo sistemo io. Anche se non è la fine dell’anno l’inbelino dalla finestra. E mentre si apprestava al lancio, una frase stampata sul retro di copertina lo fermò: Non disperdere ciò che hai acquisito: Il vantaggio. Rimase di sale. Immobile come uno stoccafisso. È vero. Ho un vantaggio. Io so. Io so! Disse con impeto.

Ricordo tutto: la bici di Leonardo, quella di Von Drais, quella di De Sivrac. Le Rover, le Fiat. E poi Dunlop, Michelin. I velocipedi con pedali a stantuffo, i tricicli, il Facile Bicycle Club, il Touring Club. Le Bsa, le Triumph, le Releigh. Le bici con i pattini per il ghiaccio, quelle con i galleggianti per andare sull’acqua. Quelle dei bersaglieri, da cronometro, da record dell’ora, le Bianchi, le Bottecchia, le Olmo e per finire l’Atala rossa di Carl Maaaarx. Aaahhh! Beh, cosa c’è da ridere la usava per andare alle manifestazioni. È citata sia sul Manifesto che sui Grundrisse.

Potrei andare a Lascia o Raddoppia disse a voce alta. A Lascia o Raddoppia. sostenne con sussiego. E senza indugio alcuno si lancio giù per le scale, rischiando di travolgere la signora del terzo piano. Spesa compresa.

Come suo solito tenne la lezione alla facoltà di Fisica con disinvoltura ma con scarsa passione e partecipazione, tanto che i suoi alunni commentavano: oggi ha la testa altrove. Sarà innamorato, aggiunse qualcuno con leggera malizia. Forse non ha digerito, sostennero altri.

Sul ritorno, verso casa, un groviglio di pensieri si affollarono nella mente e mentre cercava di porvi rimedio e ordine ripeteva come un mantra: dunque devo smontare il movimento centrale. La serie sterzo. Il manubrio. La sella ed il reggisella. Devo verificare lo stato dei raggi e sicuramente ingrassare i mozzi. Cambiare camere d’aria e copertoni. Controllare la dinamo e l’impianto luci. I pedali ed i parafanghi. Togliere la ruggine e riverniciare il telaio. Ripristinare i cerchioni ed eventualmente i niples. E mentre elucubrava a tutto spiano, percorse il tratto università-casa senza rendersi conto che una pioggia sottile e birichina lo infradiciava senza scampo.

Perso in quei ciclo-pensieri, guadagnò l’androne del portone, le scale e la porta del suo appartamento come un automa, senza apparenti emozioni senza sapere da che parte cominciare.

La signora del terzo piano che solitamente ciatellava con la sua dirimpettaia, affermò: povio zueno. Non l’ho mai visto coscì. U beive?

È un bel dilemma pensò tra sé. È vero sono laureato in Fisica so cos’è il momento d’inerzia circolare, l’attrito volvente e quello radente, l’effetto giroscopico, lo sviluppo metrico, la velocità angolare e quella lineare ma, accidenti, non ho mai restaurato una bicicletta.

Si mise ai fornelli, espresse tutta la sua potenzialità culinaria con due uova al tegamino. Fece la scarpetta, sorseggiò un bicchiere di rosso e terminò con il solito cicchetto. Favoloso.

Ripresosi, s’alzò dal fiero pasto e si diresse nella cameretta, dove alloggiava la sua ospite. Devo trovare il modo di rimetterti in sesto, disse con voce decisa. Ma scusami, non so proprio come fare.

Non ti preoccupare, vedrai che il modo lo troverai, ne sono certa. Ma se prendi una sedia e poni attenzione ti racconto la mia storia.

Ubbidì, senza porsi problemi e come un bimbo sgranò occhi ed orecchie.

 

Ero bella, sai. Anzi, bellissima. Ero di proprietà di un signore, benestante. Giovane. Mi usava per andare da casa all’università e ritorno e quando le giornate erano più lunghe e tiepide s’incontrava con i suoi amici e tutti insieme ci sgranavamo o facevamo gruppo lungo le strade della riviera. Sciarpe, maglioni, braghe alla zuava, calzettoni. Un’esplosione di vita e colori. E poi c’erano loro, le bellezze in bicicletta. Un caleidoscopio di sguardi, sorrisi, ammiccamenti, speranze. Eravamo giovani.

Poi la guerra. Quella maledetta guerra, ed allora finii in un sottoscala e Lui partì per il fronte. Non tornò. Qualcuno disse che da quello russo, chi non tornava o era morto o non volle farlo. Leggende, favole, chissà. Così rimasi sola, chiusa in uno scartinato, a marcire al buio per qualche anno, finché un giorno la porta si aprì di botto e di nuovo dei giovani, armati ma senza divisa mi rimisero in servizio, arruolata in una delle tante brigate partigiane e affidata ad una smagliante ragazza con il compito di staffetta.

Finita la guerra, in quel disastro totale, passai di mano in mano. Ai mercati generali venivo caricata di frutta e verdura per approdare in mercatini improbabili dislocati nei posti più imprevisti. Divenni anche il mezzo di trasporto di un rigattiere, di un arrotino, di un spazzacamino e per finire di un operaio. Un sangiorgino.

La motorizzazione fu un colpo determinante. Mi portarono a perdere come i gatti perché non ritrovassi più la strada di casa. Non servivo più. Avevo compiuto la mia parabola.

Mi ritrovai riversa in uno di quei fossi che affiancano le strade provinciali, dove fioriscono quei fiori e quell’erba tristi ed impolverati quasi come quelli di scarpata ferroviaria. Rimasi lì per anni, sotto il sole, la pioggia e la neve. Soffrivo, certo, ma quando arrivava primavera mi risvegliavo da quel letargo perché sapevo che da lì a poco sarebbero passati. Gli intrepidi della Milano – San Remo. Era un’impresa, sai. Duecentonovanta chilometri dal grigio della pianura, al giallo del sole, all’azzurro-verde del mare. Che nostalgia.

C’era il meglio, la crema del ciclismo: Olmo, Coppi, Bartali, Van Loy, Poblet, Poulidor, Petrucci ed altri, tanti altri. Non mancava nessuno. Nessuno rinunciava all’evento. Nessuno.

Poi venne il giorno che pulirono i fossi e le scarpate. Finii nel cassone di un autocarro per la raccolta del ferro e mi portarono in un deposito dell’Italsider. Ero un ferro rugginoso al punto giusto per fornire quel tocco indispensabile per gli acciai. Questa è la volta che non resterà più nulla di me, pensai. Ed invece, niente. Anche l’alto forno non mi volle, il destino optò per altro. Il conducente dell’autocarro, pressato dalla sprescia, scaricò tutto azionando il ribaltabile e ripartendo di gran carriera.

Rimasi agganciata alle sponde del cassone. Quando il conducente se ne accorse, con modi sgarbati e villani, mi abbandonò con disgusto in vico Falamonica. Per approdare, dopo diverse peregrinazioni, dove mi hai trovato.

Gianni aveva seguito con attenzione ed emozione. Sotto la spinta di quelle parole aveva percorso quell’odissea centimetro dopo centimetro. Passo dopo passo. Poi, s’alzò di scatto, si diresse in cucina per prepararsi una tisana e con slancio propose: la tisana come la vuoi? Rimase in ascolto, un attimo, quindi proseguì: mi sa che finisco al manicomio. Non si può proporre ad una bici se vuole una tisana.

Ora, rimuginava fra sé, l’importante è da che parte cominciare. È vero che dicono: chi ben comincia è a metà dell’opera, ma io non conosco nemmeno i prodromi, figurarsi, come potrò arrivare a metà dell’opera? Beh, adesso vado a dormire. Ci penserò domani. Domani è un altro giorno, si vedrà.

Il giorno dopo arrivò. Tutto intero. E tutto intero restava l’interrogativo: come fare? Da che parte cominciare? Che pesci prendere? Nemmeno Alessandro Magno avrebbe potuto sciogliere questo nodo. Non gli sarebbe servita la spada. Commentò fra sé.

All’uscita dalla facoltà, la sua attenzione fu attratta da un capannello di ragazze e ragazzi che, commentando le lezioni del giorno, si dirigevano verso le loro biciclette, sparpagliare un po’ qua e un po’ là, per ritornare a casa. Quindi allungò il passo raggiungendoli e concitatamente espose il quesito. Il gruppo, dopo averlo ascoltato rispose, quasi all’unisono: Prof. vada al Cicloriparo, in vico Calvi.

Dove?

Al Cicloriparo, in vico…….

Lo so, disse sorridente, in vico Calvi. Grazie. Mi avete proprio tolto d’impiccio.

Quante botte quel giorno. Eravamo ragazzini, dieci, undici, dodici anni. Eravamo una torma. Abbiamo sconfinato, oltre vico Calvi, in via del Campo in quel di Prè. Non si facevano complimenti e nemmeno prigionieri. Botte, spintoni, calci, ginocchiate, un groviglio di gambe e braccia. Un groviglio d’insulti e grida.

Quel giorno vivemmo la nostra Little Big Horn. Noi i pellerossa della Maddalena, loro le giubbe blu di Prè. Si rivendicava il territorio, come quelli di piazza Lavagna con quelli di piazza Cernaia. Quelli di Canneto con quelli di piazza della Maddalena. Non vi furono vincitori. Ci piombarono addosso tutte le donne del sestiere per farci smettere. E ci riuscirono.

Andate a studiare! A fare i compiti! Legere! E mentre rivedeva quel film, Gianni, si ritrovò davanti al civico 4 di vico Calvi sede del circolo Arci Belleville. La porta era socchiusa, come a dire: cosa aspetti? Entrò. Un sorrisone da ottanta denti l’accolse ed una voce gradita esordì: ciao, sono Sarah con l’acca finale, hai bisogno?

Sì, sono Gianni, ho recuperato una bici nella rumenta, vorrei rimetterla in sesto, ma non so da che parte cominciare.

Vieni t’accompagno. E mentre scendevano le scale Sarah annunciò: c’è Gianni. Ha bisogno di voi.

Piombato al centro della terra, si guardò intorno e un pensiero esplose nella mente: Hei! Qui le ragazze pullulano, altro che incontri ravvicinati del terzo tipo.

Messo al corrente su come operare da Ivan, Giacomo, Andrea e Dario, Gianni se ne tornò trionfante al due interno otto di via della Maddalena e dopo aver chiuso l’uscio di casa dietro sé, annunciò: ti rimetto a nuovo!

Il giorno seguente, terminato il lavoro e prima d’effettuare la solita spesa, passò dal ferramenta e ordinò, lista alla mano, il necessario: gasolio bianco, paglietta 4 zeri come quella di una volta, spazzola con setole in acciaio e in bronzo, convertitore di ruggine, pasta abrasiva, chiavi a brugola da 5 e 6 mm, sverniciatore.

In casa dispose il materiale sul tavolo dell’ingresso. In modo ordinato. Così d’averlo sott’occhi. Poi apparecchiò il desco, ingurgitò la cena, rigovernò ed infine si presentò da Lei esordendo: guarda cosa ho comprato, sciorinando gli acquisti sul pavimento, il meglio del meglio, l’assoluto per una toelettatura che non avrà eguali. Rimase così a rimirarla mentre gli occhi, trasfigurando, non vedevano più un ammasso di ruggine ma un’opera d’arte.

Si mise subito all’opera. La parte facile: spolveratura, lavatura ed asciugatura. Usò anche il phon. Roba da parrucchieri. Poi quella difficile. Da orologiai svizzeri. Riesumare il colore naturale. Quello palese, si vedeva chiaramente che non lo era. Le tracce del pennello che l’avevano resa nera come un bucchero, di un nero antipatico come i bagoin, erano così evidenti che non era necessario aver conseguito un diploma presso l’Opificio delle Pietre Dure. No, no.

Qualcosa cominciò a venire a galla dallo strato di vernice superficiale. Uno stemma. Un emblema. Continuò a passare il pennello con lo sverniciatore, delicatamente, per portare maggiormente alla luce quanto celato. Apparve prima una testa di donna, un principio d’ali. Il seno, la totalità delle ali, le zampe artigliate ed una fascia a cingere, come le concorrenti di miss Italia, con scritto Tavrvs. Proprio così. Con questa grafia. Con la V al posto della U. Forse perché più pratico. Forse per risparmiare un tratto. Chissà. Ora, commentò tra sé, è vero che non ho fatto studi classici ma a me sembra un’arpia. E poi la marca: Taurus. Un vero dilemma.

Andò avanti a sverniciare. Lembo dopo lembo, pellicola dopo pellicola, fino a far emergere una scritta: Lautal. Lautal? Impossibile, esclamò. Se non ricordo male è una lega leggera. Una lega nobile, quasi come i gas. Possibile? Si pulì velocemente le mani e si lanciò sul portatile. Scrisse Lautal e dopo pochi secondi l’oracolo rispose:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Lautal lega temperabile di alluminio silicio e rame impiegata nelle costruzioni aeronautiche. E vaiii! Una bici volante! Altro che Lindbergh. Esclamò felice, entrando in fibrillazione per l’emozione.

Continuò con la sua opera defoliante con attenzione certosina degna di un restauratore, elucubrando nella vera accezione del significato etimologico, mentre un bel colore bianco perla, smorzato dal tempo, affiorava. E non solo. I filetti decorativi che percorrevano i tubi del telaio, i dettagli grafici delle decalcomanie, le congiunzioni invisibili al telaio, la testa di forcella con rinforzo a triangolino. Una vera leccornia. Slurp.

Quando si trattò di mettere mano alla ruote con paglietta e gasolio, ecco apparire la scritta Fiamme sui cerchi in alluminio legati ai mozzi FB dai raggi Stella sfinati da 1,8 mm. Una vera chicca. Attorniati dai copertoni bicolori bianco salmone Pirelli Stella da 28 x 5/8. Da veri blagueur.

Quindi si dedicò alle parti cromate e a quelle in alluminio: manubrio, padellino del carter a pistola, freni e leve, parafanghi e pedali. Un’attenzione particolare la volse al cambio. Un Simplex campione del mondo. Un vero cimelio. Sempre paglietta, gasolio bianco e olio di gomito. Sempre.

Frettâ, frettâ, ma non di fretta. Un passaggio dolce, come una carezza. Un tocco leggero. D’artista. Per togliere quell’impronta di ruggine color farinata che tanto invadeva il manufatto. Infine una bella passata con lo sgrassatore sulla sella Aquila in crine. Solo per cavalieri doc. Giddap.

Liberata dal bozzolo dell’incuria la bicibruco si tramutò in bicifarfalla e nello splendore dei 35 mm apparve in tutto il suo bagliore. Stupenda.

Ora, occorreva pensare all’abbigliamento. Doveva essere consono ed adeguato. Appropriato ed opportuno. Che fare? Improvvisamente un lampo. Un satori. Un’illuminazione. Si ricordò di quando, ragazzino, andava a far visita ai nonni. In quel di Marassi, in via Tortosa, a due passi dallo stadio, di due giovani sessantenni che, durante le belle giornate, inforcavano le loro bici da corsa anni ’60 ed abbigliati con braghe alla zuava, calzettoni, scarpette, maglione e guanti di lana partivano per il giro della Scoffera. Avrebbe voluto unirsi a loro con la sua Ideor da 26”, ma non glielo avrebbero permesso. Allora si precipitava in strada e li inseguiva a perdi fiato, affiancandoli, incitandoli come se fossero sullo Stelvio, ricevendo sorrisi e ringraziamenti, per poi vederli alzarsi sul sellino, en danseuse, e scomparire all’orizzonte.

Mi abbiglierò così. Sì, lo farò.

Si rammentò che nella via Maddalena, poco oltre il tabaccaio, c’era un negozio di sartoria: Sartoria Lisi recitava l’insegna. Quando entrò pensò: speriamo che non lo siano i vestiti. Avere abiti lisi appena comprati non è un bel biglietto da visita.

Il signor Angelo Lisi era intento, nel suo laboratorio, alla messa in prova di un abito su misura. Metro flessibile penzolo dal collo, gesso nella mano destra, occhiali a mezzaluna sulla punta del naso. Che facevano tanto Geppetto.

Arrivo subito da lei, disse tra i denti mentre morsicava l’attacco della manica a giro della giacca del cliente.

Gianni rimase perplesso e stupito. Un tipo feroce il signor Lisi. Spero che non usi anche con me lo stesso trattamento.

Mi dica, esordì il sarto.

Gianni, fece un prologo maiuscolo raccontando tutta la faccenda. Il recupero, il restauro e la messa in strada della bici. Quindi, continuò, avrei bisogno di un abbigliamento consono. Cosa ne dice di un bel paio di braghe alla zuava? Ed una giacca sportiva con spacchi e martingala? E magari un gilet?

Il signor Angelo lo guardò meravigliato. Erano secoli che nessuno chiedeva un abbigliamento del genere.

Beh non saprei, esordì, forse mio padre fece delle cose del genere. Rimase pensoso per alcuni secondi, poi proseguì, attenda un attimo. Vediamo dove l’ho messa. Eppure deve essere da queste parti. Iniziò a ravattare a destra e a manca, finché mise la testa dentro ad una cassapanca e cominciò ad estrarre di tutto. Eccola, esclamò con giubilo tenendo nella mano destra, come un trofeo, una scatola da scarpe. Questa è la scatola del tesoro.

Con soddisfazione e compiacimento la depose sul tavolo, l’aprì ed estrasse un rotolo di fogli di carta velina: i cartamodelli. Li depose sul tavolo. Con le mani li sparse ed infine sentenziò: eccoli! Braghe e giacca. Proprio quello che cerca.

Benissimo, disse Gianni arcicontento. Mi prende le misure? Assunse tutte le posizioni: eretto con il braccio teso. Con il braccio piegato ed il gomito all’altezza della spalla tipo chauffeur. Con la gamba sinistra un po’ divaricata e con il braccio destro ad indicare il nord-est, come la statua di Augusto, in un chiasmo dall’equilibrio precario. Terminando con svariate pose, da vero body builder, come se fosse ad un concorso di Mister Universo. Nemmeno Lou Ferrigno avrebbe fatto meglio.

Bene, sentenziò Angelo, direi che siamo a posto. Imbastisco tutto eeee fra una settimana può passare per la messa in prova.

Ottimo ribadì Gianni.

Aspetti, non vada via. Visto che lei è un appassionato di bici, voglio farle vedere una cosa. Venga le faccio strada. Gianni seguì il signor Lisi che, giunto in fondo a negozio, spostò con gesto quali teatrale un pesante tendone per svelare quanto occultato: una bicicletta Bianchi da corsa.

La discostò dalla parete e la presentò sul proscenio del locale. Poi, con parole misurate, espose: ecco, apparteneva a mio padre. È una Bianchi del 1930 con il cambio Vittoria Margherita. Più comunemente detto Margherita.

Come la pizza, esordì Gianni con impeto. Angelo non rispose, ma gli rivolse uno sguardo assassino.

Convinto d’aver detto una belinata, Gianni, cercò di rimediare con: accidenti un vero gioiello. Da collezione. Roba da Archivio Alinari.

Sì, confermò il signor Angelo. Ha detto proprio bene. Da collezione.

Uscito dalla sartoria, soddisfatto ed arcicontento, fece una capatina presso il nuovo bar aperto da poco, proprio accanto al bottegone di frutta e verdura. Il Festina Lente. Un ossimoro. Un invito a varcare la soglia rapidamente ma con calma, mentre la vetrofania Bike friendly, in evidenza sulla porta, parlava chiaro.

Intanto che la varcava pensò: bello, sono nell’ambiente giusto. Non sono propriamente un ciclista. Al momento sono solo un proprietario di bicicletta, ma lo diventerò. Sicuro.

Il locale odorava di nuovo. Le pareti erano decorate con manubri, forcelle, pedali, plateau, selle e qualche telaio. Sembrava d’essere in un’officina. Stupefacente. Per non parlare dei manifesti: Coppi e Bartali che si passano la borraccia, i loghi della Campagnolo dai primi anni ’40 ai giorni nostri, Marco Pantani e la riproduzione in legno del cambio Campagnolo Record. Altro che carbonio ed alluminio. Tutto in vera noce. Nonché, alcune riproduzioni della prima pagina della rivista Touring degli anni 1910 -11 – 12 divulganti le bici Stucchi e Fiat. Mentre la Gladiator di fine ’800 campeggiava sulla parete di destra. Maestosa. Una scatto fisso da far impallidire i nuovi sostenitori del sistema. Con tanto di manuale originale appeso al telaio e consultabile. Al centro, una Graziella offriva agli avventori i menu posti all’interno del cesto appeso al manubrio. Se volete gradire.

S’accomodò. Il tavolino l’accolse festoso. Il ripiano rappresentava una ruota: tubolare, cerchio, raggi e mozzo. Il porta tovaglioli, invece, raffigurava l’archetto dei freni intento a fermare i tovaglioli di carta con su cui erano stampati una moltiplica anteriore. Bellissimi.

L’ordinazione la prese Sandra la figlia del proprietario. Più che altro la suggerì: posso consigliarti il Galibier magari accompagnato da un buon bicchiere, di Borgogna?

Gianni annuì contento. Era veramente soddisfatto della scelta e del locale. Diventerà un riferimento. Ne sono sicuro. Il panino era veramente buono ed il bicchiere di Borgogna altrettanto.

 

Per mettere alla prova l’impianto frenante, affrontò salita della Maddalena, una mattonata-lastricato degna della Parigi-Roubaix. Impostò il rapporto più agile, s’alzo sui pedali e con tanta volontà e fiatone a mille raggiunse via Garibaldi. Invertì la rotta e affidandosi alla gravità si lanciò dal pendio. Un flash lo colse. Si ricordò dei carretti. Di quando, da ragazzino, con altri amici di strada imbastiva con assi di legno, cuscinetti, dadi e bulloni degli improbabili quattro ruote e si lanciavano giù per la stessa discesa a rotta di collo, con il rischio, reale, di finire dentro il negozio del besagnino o dello speziale. Seguiti da insulti e maledizioni.

Traballando e vibrando, come su una scuotiossa, la bici oltrepassò la metà della discesa e in prossimità del chiostro della chiesa, Gianni si attaccò alle leve dei freni, facendo gli scongiuri. I pattini cominciarono a mordere i cerchioni con determinazione generando un urlo lamentoso degno di un film di Dario Argento per poi smorzarsi lasciando il posto ad una frenata grippante e progressiva consentendo al mezzo di rallentare fino a fermarsi. A pochi metri dalla farmacia. Collaudo perfetto e scampato pericolo.

Bene, convenne tra sé, i freni funzionano. Quindi posso affrontare qualunque discesa. Farò così, andrò in piazza Manin. Affronterò la salita delle salite: via Assarotti.

Per chi non la conosce, la via in questione collega piazza Corvetto con piazza Manin esibendo una salita rettilinea di ben ottocento metri e con l’otto per cento di pendenza media. Quasi una hors catégorie. Arrivato in piazza Corvetto accostò tutto a sinistra, in prossimità del semaforo, poggiando il piede sinistro all’aiuola che circonda la statua equestre di Vittorio Emanuele II e rimase a guardare. Eccola. Dritta come un fuso. Nemmeno una semicurva per addolcirne la lunghezza. Interminabile.

Si fece coraggio. Appena il traffico lo permise assestò un bel colpo di pedale con la gamba destra e la Taurus lesta e decisa si apprestò ad affrontare l’erta. Quindi azionò il Simplex, posizionando la catena sul rapporto più agile a disposizione: un ventidue, sperando che basti.

Cercò di mantenere un passo costante e persistente. Una pedalata rotonda, evitando di accompagnare il colpo di pedale con movimenti del corpo, ciondolando a destra e a manca, che non avrebbero prodotto assolutamente nulla. Solo uno spreco d’energia, come gli aveva caldamente consigliato Anselmo.

Tenne lo sguardo a pochi metri dalla ruota anteriore per avere la sensazione d’andare, si fa per dire, veloce. Diversamente alzare lo sguardo verso il punto d’arrivo gli avrebbe causato un coccolone, con crollo psicofisico, da ricovero. Poi, per tenere la mente occupata e per allontanare gli spiriti maligni che gli abbaiavano: non ce la farai mai! Sei una schiappa! Torna da dove sei venuto! Ancora pochi metri e ti verrà l’infarto e via di seguito, cominciò a dare i numeri: dunque se procedessi a tre metri al secondo… per tremilaseicento andrei a quasi undici chilometri all’ora, anzi dieci virgola ottocento per la precisione. Se fossero quattro? E, beh, se fossero quattro sarei da record quattordici e quattrocento. E se fossero cinque? Accidenti con cinque non mi raggiungerebbe nemmeno Pantani. Con cinque andrei su a diciotto all’ora. Una scheggia. Così, tanto che cogitava, si rese conto che ormai aveva superato la vecchia sede dell’Enpas e piazza Manin era lì ad accoglierlo festosa ed umbra come se fosse arrivato sul Moritirolo. Viva Gianni!

Come Forrest Gump commentò: sono un po’ stanchino. Quindi accomodò la bici ad un albero e se stesso su una panchina, rimanendo a contemplare l’ambiente, il traffico e l’impresa.

Ripresosi e corroborato dai complimenti di un passante: accidenti non si vede frequentemente qualcuno affrontare questa salita in bici, onore a lei; Gianni si apprestò ad affrontare la discesa.

S’affacciò dal pendio, alzò lo sguardo. Via Assarotti si presentava al temerario come il trampolino olimpico per il salto con gli sci. Lo sguardo la percorreva tutta, con palazzi importanti, chiese, negozi ed attraversamenti pedonali, superando piazza Corvetto ed innestandosi in via Roma perfettamente in asse, come avviene a Parigi, mica in un altro posto. Allons enfants.

Deglutì. Fece leva sul pedale con la gamba destra e la Taurus, prima lentamente poi sempre più convinta aumentò la sua velocità con un moto uniformemente accelerato da manuale. Intanto che procedeva ed il vento cominciava a scompigliargli i capelli e gli occhi erano diventati delle fessure per difendersi dall’aria, Gianni diede sfogo ad un pensiero: e se invece di utilizzare questa bici che è una meraviglia di leggerezza ne usassi una da panettiere del peso di almeno venti chili e per rendere un po’ più interessante la faccenda procedessi senza mani e riprendessi il manubrio in mano in fondo alla via scommettendo su questo con gli amici i quali si dislocherebbero lungo il percorso per accertasi che non venga meno all’azzardo e non commetta scorrettezze come andrebbe a finire? All’ospedale di Pammatone? Io di sicuro ma Anselmo per niente. Anselmo riprendeva il manubrio in mano in fondo alla via e per decelerare virava in via Martin Piaggio sotto gli occhi di Mazzini che aveva altro a cui pensare.

Già Anselmo. Abitava nello stesso palazzo all’interno uno dopo la prima rampa di scale. L’aveva conosciuto qualche anno fa e di anni ne aveva già ottantotto. Era del ’23. Magro, alto circa un metro e settanta, capelli ormai bianchi ma ancora folti, sguardo sincero e diretto. Un giorno, entrando nel portone, lo vide che affrontava la rampa con delle borse della spesa ed imprecava: l’è brutto vegni vëgi. Allora Gianni si propose di dargli una mano depositando le borse oltre la porta di casa e ricevendo un: grazie zuenotto.

Sembrava una cosa occasionale, fortuita. Ci sono persone che abitano nello stesso stabile e non si sa minimamente chi siano. Non s’incontrano mai. Nemmeno per sbaglio. Oppure viene il momento, il giorno e non è più così. Il destino decide diversamente e ci s’incontra. Ci s’incontra. Con la precisione di un orologio svizzero. Tic. Tac.

Così era diventato quasi un rito. Era difficile dire se Anselmo tentennasse più del solito prima d’affrontare la rampa o Gianni allungasse il passo perché si sentisse in ritardo, sta di fatto che gli incontri erano diventati frequenti ed i congedi più dilatati nel tempo. Come se nessuno dei due volesse essere il primo ad accomiatarsi.

La prossima volta l’invito a pranzo. Così parliamo un po’, azzardò Anselmo. Ci conto rispose Gianni, considerando quell’invito più per dire.

Invece il giorno arrivò, a sua insaputa. Era un mercoledì, magari non da leoni. Ma era un mercoledì. Giorno in cui Gianni non doveva rientrare all’università.

Non lo sapeva, ma era atteso. Anselmo ogni tanto dava un’occhiata all’orologio ed una alla salita della Maddalena. Scostava la tendina che faceva da filtro ai vetri, un po’ obnubilati, della finestra della sala. Era impaziente. La pentola sul fuoco era prossima alla bollitura. Le patate, ormai cotte, erano tenute al caldo nella pignatta provvista di coperchio, i fagiolini altrettanto. Il pesto, invece, aspettava l’acqua di cottura, mentre le trenette giacevano su un piatto. Come gli sciangai. In attesa.

Gianni apparve all’altezza del chiostro della chiesa sulla sua Taurus. Breve virata a sinistra ed ecco il portone. Aprì, introdusse la bici, la prese in spalla e salì. Giunto di fronte alla porta di Anselmo la trovò spalancata ed una voce proruppe: entri, professore, entri pure. Metta la bici appoggiata al portamantelli. Venga avanti.

Gianni rimase sorpreso, ma non più di tanto. Ma vuoi vedere che……accidenti non scherzava mica quando diceva: la prossima volta l’invito a pranzo.

Entrò. Mise la bici dove indicato. Chiuse la porta e aggiunse: ma Anselmo….se sapevo portavo una bottiglia di vino.

Ah, non c’è problema. E poi il vino eccolo qua, nel fiasco come una volta. E come vede non manca niente: tavola apparecchiata, cotéllo, forçìnn-a, gòtti e tovaggieu. Perfetto.

Le trenette al dente, vero?

Sì, sì. Al dente. Comunque posso dare una mano.

Niente da fare, intervenne Anselmo, stia comodo e mi lasci fare.

Come vuole, concordò Gianni, però mi dia del tu.

Allora diamoci del tu, sentenziò Anselmo.

Mentre attendeva e giocherellava con le posate sentì qualcosa che si sfregava tra i pantaloni. A più riprese. Spostò la sedia per vedere e qualcosa di fulvo ed animato si palesò. Un bel gattone che non disdegnava carezze e titillazioni.

È tuo? esordì Gianni

Cosa? Rispose Anselmo

Questo gatto.

Ah, Baffone. Sì è mio. Anzi è di tutti se non mi trova in casa s’infila in qualche altra, mangia e poi mi aspetta davanti all’uscio. Un vero figlio della via. E mentre pronunciava quelle parole si volse e depose sulla tavola una fiamanghìlla fumante e colma di trenette.

Che acquolina pronunciò Gianni ne prendo una bella porzione.

Piggia piggia ghe n’è pe’ tûtti.

È una vita che non mangio le trenette a questo modo disse Gianni.

Avvantaggiate?

Sì.

È un falso! Caro Gianni è un falso. Le trenette non trarrebbero vantaggio dalla presenza delle patate e dei fagiolini ma come sosteneva il professor Giovanni Rebora in un suo trattato, si chiamavano avvantaggiate quelle prodotte con farine che avevano un contenuto di ceneri superiori allo 0,85, ora vietate, che conferivano un gusto acidulo che si sposava in modo eccezionale con il pesto. Mia madre le faceva.

Caspita, non lo sapevo. Comunque queste non scherzano. Sono ottime.

Bene allora diamoci sotto, pontificò Anselmo. Un momento, continuò, prima riempiamo i gotti. Il fiasco proruppe in un gorgoglio sordo versando il contenuto nei contenitori.

Prosit! Espresse con enfasi Anselmo.

Prosit! Ripeté Gianni.

Ci furono una decina di minuti di silenzio. L’unico rumore era quello delle forchette che avvolgevano le trenette accompagnate da qualche biascichio inopportuno.

Anselmo, hai mai posseduto una bici, esordì Gianni dopo aver tracannato un bel bicchiere di rosso.

Ma manco pe’ rie. Eravamo misci senza ‘na palanca. Come dice la canzone. Le biciclette costavano care. L’unica bicicletta che pedalavo da ragazzo era quella da panettiere. Sembrava un carro armato tanto era pesante. Montava due ceste sui portapacchi. Una sull’anteriore e l’altra sul posteriore. Una bella fatica. Partivo dal forno posto a metà delle via e andavo a rifornire i fainotti della zona. Una faticaccia. Una volta che pioveva sono scivolato, sono andato in terra, io la bici ed il pane. Tutto spantegòu per la via. Un disastro. Però quando scommettevo che avrei fatto via Assarotti, in discesa senza mani, beh difficilmente perdevo. E c’erano anche i binari del tram.

L’ho fatta anch’io via Assarotti in discesa, intervenne Gianni con enfasi. Bella tosta anche in discesa. Per poco non mi schianto contro il 34, meno male che i freni hanno fatto il loro dovere.

Anselmo sorrise e riprese: invece dopo l’otto settembre del ’43, avevo vent’anni facevo il militare a San Remo, ero scappato e mi ero rifugiato da dei parenti a Sassuolo, beh lì le bici non mancavano. Tieni conto che Sassuolo in quel tempo era piccola, mica come adesso e tutti andavano in bici. Così mi capitava d’andare in bici con i giovani del posto e nascevano spesso delle bagarre, soprattutto quando si doveva affrontare una salita. Tutti vi si avventavano ma a metà cominciavano a perdere colpi. Io li lasciavo andare per poi riprenderli un po’ alla volta tutti quanti. Ero per Coppi, mica per Bartali. Strizzando l’occhio.

È stata dura, vero, la guerra.

È stata durissima. Siamo diventati adulti in un batter d’occhio. Miseria, fame, a non finire. E di gatti in giro non ce n’erano. Vero Baffone? Abbiamo perso anche la casa a seguito del bombardamento navale inglese nel ’41, sì proprio quella che fa angolo con vico Rosa o meglio quello che ne è rimasto. Così ci siamo trasferiti in quella de mæ lalla la sorella di mia mamma. E così è stato.

Ma non c’erano delle batterie difensive?

Sul monte Moro. In quegli anni ho fatto di tutto, si cercava di portare qualche lira a casa, ho anche collaborato a realizzare le piattaforme. Hai presente sentire il sibilo e poi l’esplosione e non vedere assolutamente da dove provenissero. Venivano dal mare, come lo scirocco o il libeccio. E non potevi fare niente. Era come sparare con la pistola contro un fucile.

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!  S’inserì veloce Gianni.

Esatto. Quelli sparavano da una distanza di 20 chilometri! Câo mæ. Io ero lì. Quanto sono tornato a casa con il batticuore, la casa non c’era più. Per fortuna che miei erano andati nel rifugio. Ma la casa non c’era più.

Che brutto.

Bruttissimo.

Câo figgeu mi è sempre andata bene, d’altronde sono qua. Quando ero ragazzino sono finito tra il marciapiede ed i binari del tram, dopo che ho perso la pesa sul predellino, ed il tram mi è passato sopra. Quando lavoravo alla polveriera del Lagaccio c’era sta un’esplosione e lo spostamento d’aria ci è passato sopra, mentre stavamo scaricando munizioni in un tratto sottostante. Non sono partito per la Russia perché, quando ero militare a San Remo, cercavano volontari per un corso da armaiolo a Terni. Durata tre mesi. Andai. Quando tornammo la caserma era praticamente vuota, il nostro battaglione era partito per la Russia. Poi ci fu l’otto settembre e, come ti ho già detto, scappai.

In atro gotto?

Vai che ci sta.

E poi?

E poi, alla fine della guerra, andai in quel di Entracque a fare l’artificiere. A bonificare il territorio dai residuati bellici. Figurati che una volta, ci avevano chiamati per una bomba d’aereo inesplosa. La spoletta era danneggiata e contorta ed allora decidemmo di caricarla sul camion e portala via, per farla brillare lontano da lì. Però in cabina non c’era posto ed allora feci il viaggio seduto a cavalcioni della bomba.

Ma eri proprio matto.

No, avevo vent’anni.

Ah, ma non è mica finita. Quando ci fu l’attentato a Togliatti, eraaa luglio del ’48, sì era il 14 luglio del ’48 me lo ricordo bene, occupammo tutti i punti nevralgici della città. Io ero in via San Vincenzo, dove adesso c’è il grattacielo della SIP. Proprio lì. Belin avevo un mitra alto così, indicando l’altezza con la mano da terra. Era più grande di me.

Hai sparato?

No, non l’ho fatto, ma gli occhi gli brillavano in modo strano. Gli è proprio andata bene a quelli lì, ai fascisti, altro che Bartali ha vinto il Tour de France. Sono stati i dirigenti del partito a dirci di rinunciare. E meno male che Togliatti era fuori pericolo. Altrimenti chissà come andava a finire. Poi ci hanno riprovato il 30 giugno del ’60 e lì le hanno prese. Mi son bruciato una mano per rilanciare i lacrimogeni a quei balordi. E poi, non è mica tanto vero che erano i portuali, eimo niatri, scì, niatri di caroggi.

Dai, Anselmo, non t’agitare. Ti sale la pressione.

Hai ragione, ma me vegne na futta.

I piatti li faccio io, disse Gianni dirigendosi verso il lavandino.

Eh no, sei mio ospite. Mettiamo tutto in to lavello poi ci penso io.

Come vuoi. Beh adesso vado, ho un po’ di cose da fare. Grazie. È stato un bel momento conviviale. La prossima volta t’invito dall’ Armando. Se vedemmo.

Dall’Armando? Da quel genoano velenoso? Guarda che sono sampdoriano dalla nascita, della squadra s’intende. Espresse quelle parole con un sorriso da presa in giro. E va beh, vi perdono te e l’Armando, perché un minestrone come lo fa lui, non lo fanno da nessuna parte, a Zena. Ciao Gianni e grazie per la compagnia. E mentre chiudeva la porta di casa soggiunse: conviviale, ‘sti zueni comme parlan diffiçile.

Via San Luca brulicava di gente, come al solito. Era difficile procedere in bici in mezzo a tutto quel popolo. L’appuntamento era per le 17 in vico delle Fasciuole, per l’inaugurazione del primo bici box della storia cittadina. Un locale dove poter ricoverare biciclette in modo di non lasciarle alla mercé di chiunque, in particolare di notte.

Procedette a passo d’uomo, forse anche meno, quasi in surplace, scansando persone, cani, passeggini e qualche deiezione. Immerso in quel brulicare, più s’avvicinava alla piazza più un brusio, quasi un rumore di fondo, si palesava alle sue orecchie.

Era la Voce di San Luca. Per tutti The Voice. Un ometto poco sopra il metro e sessanta che stazionava sul lato a monte della via. Capelli neri, impomatati a più non posso a dimostrare che lui non aveva mai commesso errori e che la brillantina Linetti la usava eccome. Baffetti alla Clark Gable, occhio vispo e capottino spigato siberiano a sigillare il tutto. Quindi con fare distaccato ed indifferente proponeva, con voce roca, cupa ma discreta, sigari, sigarette ed accendini mentre i ragazzi che passavano aggiungevano: bombe a mano, mitra, cannoni ed altro.

Raggiunto il caroggio s’inoltrò con decisione fino a raggiungere il locale piazzato a circa metà del vicolo. Spettacolo. C’era tutto il jet set ciclistico della città. Gli Amici della Bici, l’associazione Ama Maddalena, Anemmu in bici a Zena, Cicloriparo, Manêna Hostel, appassionati e fans. E poi dicono che a Genova è difficoltoso andare in bici. C’è una moltitudine che lo fa, ed è difficile tenere il conto. Che bello!

 

Superata a pieni voti la prova dei freni, Gianni, s’apprestò ad affrontare la prova degli indumenti, ovvero la prova sartoria. Una settimana era già passata e come convenuto si presentò dal signor Lisi per la messa in prova.

Varcò la soglia con una certa emozione. Quell’emozione sottile e vigliacca che ti prende quando meno te lo aspetti. Eppure era forgiato, d’esami ne aveva affrontati e superati tanti. Ma questa volta era diverso.

Permesso?

Oh, signor Gianni, arrivo subito da lei. È tutto pronto. Ecco s’accomodi nel camerino, lì troverà quanto richiesto.

Entrò, chiuse la tenda alle sue spalle. Si tolse il pullover, i pantaloni e si rivestì con gli abiti ordinati. Quindi, indossati i calzettoni, i pantaloni alla zuava e la giacca ed ornato il collo della camicia con un papillon messo a disposizione dal signor Lisi si presentò sulla ribalta della sartoria accolto dall’espressione compiaciuta e soddisfatta del sarto.

Bene, bene. Si giri. Ecco, così. Faccia vedere. Sì proprio un bel lavoro. Cosa ne dice?

Gianni si guardò allo specchio, era proprio come se l’era immaginato. Un vero gagà. Un elegantone. Un figurino.

Ecco, provi a mettersi questo, intervenne il signor Lisi, porgendogli una coppola in tinta. La metta. Non titubi. Vede? Le dà proprio un tocco sportivo, da vero gentleman.

Ottimo, disse Gianni con slancio, ha fatto proprio un buon lavoro. Se fosse uno dei mie studenti le darei 30. Anzi 30 e lode. Bravo.

Saldato il conto si fece incartare gli abiti vecchi poi, con sussiègo, si presentò nella via. Ai più apparve come un uomo dei primi del dell’900. Come una persona venuta dal passato però senza mustache. Voilà.

Certo che i sorrisini, gli apprezzamenti non mancavano. Anche Luciano, l’edicolante, quando lo vide esclamò: ma….. professore!

Non si preoccupi Luciano, tutto a posto. Anzi, è uscita la rivista Le Scienze?

Domani, professore. Domani. Rispose Luciano stupefatto.

Allora a domani.

Fece le scale di corsa. Arrivò sul pianerottolo di casa con il fiatone. Entrò, prese la bici e via, giù per le scale e come un proiettile si fiondò nella via. Salì al volo e con la massima disinvoltura iniziò a pedalare, pedalare, pedalare. Pavoneggiandosi, certo, ma con una consapevolezza nuova ed un orgoglio d’altri tempi. Finalmente sono un ciclista completo. Mi sono emancipato.

 

Erano tre giorni che Gianni non vedeva Anselmo. A lui sembravano di più, ma erano tre giorni. L’uscio di casa era chiuso, non socchiuso come al solito per un saluto, due chiacchiere ed altro. Gli scuri della grande finestra che dava sulla piazza della Maddalena erano semiaperti. Così si decise e bussò. Prima lievemente quasi per non disturbare, poi con maggior energia, tanto che si sentiva anche ai piani superiori.

Niente. Provò anche a chiamare, ma Anselmo non rispondeva. Si sentiva unicamente il miagolio di Baffone. Nient’altro.

Anche la signora del terzo piano, quella che non si faceva mai gli affari suoi, si unì nel chiamare, poi Gianni decise: forse è meglio avvisare i pompieri. E così fu. Arrivarono in poco tempo. Presero atto della situazione, appoggiarono la scala in modo d’arrivare dalla finestra, ruppero un piccolo vetro ed entrarono. Quando aprirono la porta fecero capire che lo spettacolo non era dei più edificanti.

Gianni entrò. Si diresse verso la camera da letto. In cuor suo sperava che non fosse vero. Ma la realtà non ammetteva sconti. Anselmo era lì, disteso sul letto. Supino. Con la bandiera rossa avvolta intorno al corpo come un mantello ed una edizione dell’Unità del ’76, di quando ci fu il quasi sorpasso del PCI nei confronti della DC, deposta sulle ginocchia. Non c’era altro da dire e da vedere. Era finita.

Gli incaricati delle onoranze funebri chiesero, volgendo lo sguardo: possiamo chiudere?

Gianni annuì col capo e salutò con il pugno chiuso. Poi gli addetti con la cassa sulle spalle scesero la ripida scala. Caricarono il feretro nell’auto funebre. Quindi rivolgendosi verso Gianni chiesero: Staglieno?

Staglieno! Confermò Gianni, io vi seguirò con la bicicletta. In ogni caso ci vediamo là.

Inforcò la bici, si avvolse la bandiera rossa sulle spalle a mo’ di mantello e partì di gran carriera.

Chi lo vide passare pensò ad una manifestazione in atto. Ad un’avanguardia operaia. Ma non vi fu seguito. Raggiunse così piazza Corvetto affrontò via Assarotti alzandosi sui pedali ed arrivò in piazza Manin quasi senza accorgersene, quindi imboccò via Montaldo e si lanciò per la lunga discesa con la bandiera al vento.

Qualcuno vedendolo passare salutò con il pugno chiuso, sorpreso. Altri battendo le mani, increduli.

Ma Gianni non li vide nemmeno. Raggiunse così l’auto funebre ferma al semaforo e per il resto del percorso rimase a ruota come i pistard dell’eseguimento dietro motori.

Anselmo, non c’è nessuno dei tuoi amici, iniziò a dire a voce alta. Non c’è Tollo detto testa rossa. Mica per i capelli, mi dicevi e tanto meno perché proprietario di una Ferrari, ma perché all’epoca era più comunista di chiunque altro. Ma erano gli anni ’30 mica belinate. Non c’è Gianni, commissario politico durante la resistenza, con quegli occhiali dalle lenti ultraspesse. Non c’è Paolo collega di lavoro e amico da sempre. E poi non c’è, …..non c’è, accidenti Anselmo non mi ricordooo!

Varcato il cancello del cimitero il feretro venne avviato verso il campo uno per la tumulazione. La fossa era pronta. Gli operai anche. La cassa fu calata e Gianni lasciò cadere la bandiera che, accompagnata da una brezza leggera, si adagiò su essa. A ricoprirla tutta. Poi, come si usa, raccolse un pugno di terra e la lasciò cadere nella fossa e mentre gli operai completavano il lavoro, Gianni, con le lacrime che tracimavano, intonò sommessamente una canzone: Compagni, dai campi e dalle officine prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello, scendete giù in piazza affossate il sistema. Ciao Anselmo! Maledizione, non ti dimenticherò mai! E mentre si allontanava sistemò al meglio l’Unità del ’76 nella tasca posteriore dei pantaloni evocando le parole di Guccini: e alcuni audaci in tasca l’Unità. Vallo a raccontare ai giovani. Già, vallo a raccontare.

Se ne ritornò mogio, mogio verso casa parlando sommessamente fra sé e sé. Ecco, Anselmo se n’è andato e con lui un Tempo, una Storia. Ripensò a quei momenti a quei periodi e si chiese: lo avresti fatto anche tu?

 

Quando incontrò Paolo restò sorpreso. L’incrociò in via Garibaldi all’altezza del municipio.

Ciao Paolo, esordì Gianni, dove vai con quella bici stramba?

Stramba? È una cargo bike per portare pacchi, pacchetti, lettere ed altro. È il mio nuovo lavoro. Qualcosa bisogna inventarsi. Tu come stai? Anche tu in bici, allora sei uno dei nostri.

Sto bene e sono uno dei vostri. Con questa vado al lavoro. Un vero divertimento.

Io, invece, lavoro con questa solo che non ho ancora trovato un nome per la mia impresa, esibendo uno sguardo compiaciuto.

Imprenditore, disse con riverenza Gianni facendo un mezzo inchino.

Che ne diresti di…. L’escargotbike?

Come L’escargotbike? Non capisco.

Aspetta, disse Gianni, ecco scritto così, l’escargotbike mettendo in evidenza in neretto alcune lettere, ed allungò un foglietto a Paolo. Le lettere che ho risaltato evidenziano le parole cargo e bike, dando così originalità al nome. Che ne dici?

Bello. Singolare. Però evoca le lumache sinonimo di lentezza.

Sì, però nel traffico siete più veloci. Sembra un paradosso come quello di Zenone. Achille e la tartaruga, chi va piano va sano e va lontano… ricordi?

Sì, e chi se lo dimentica. A scuola c’hanno triturato i maroni a più non posso.

E poi, mi viene in mente adesso, potresti rappresentare sul telaio una lumaca sprint con una gerla piena di pacchetti. Cosa ne dici?

Anche questa è una bell’idea. La terrò in considerazione. Ora vado se no arrivo in ritardo per la consegna. Ciao Gianni!

Ciao Paolo!

Gianni! Dopodomani al Cicloriparo pillola sulla manutenzione della bici, gli ricordò, al volo, Paolo.

Dove?

Al Cicloriparo in via …….!

Lo so, disse sorridente, in via del Molo. Proprio lì, dove Anselmo avrebbe voluto abitare.

 

 

 

                                                                                          Dario cicloriparatore 4

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