Andare in bici è ciclismo? SI!

Oggi ho fatto il ciclista. E sono andato in bicicletta.
Per una pratica burocratica sono dovuto andare all’anagrafe sanitaria dell’ASL 3 Genovese. L’anagrafe sanitaria è in cima a via Assarotti. Che idea geniale mettere gli uffici dell’ASL 3 lassù. Per chi non fosse di Genova, via Assarotti è uno strappo di 800 m costante all’8 %, con un semaforo in mezzo che fa da traguardo volante, nel senso che sprinti per beccare il verde altrimenti poi a ripartire ti si impenna la bici. Al mattino, quasi nessuno la fa in salita, solo qualche scooter. Anche il 36 a volte arranca come un gregario di Eddy Merckx. Dall’altra parte, una lunga fila di auto ti guardano e ti odiano. Forse t’invidiano
Una volta evase le mie scartoffie, ho superato la coda e mi sono goduto la discesa. Mi sentivo come Savoldelli giù dallo Stelvio e sono tornato in ufficio soddisfatto. Pulito, depurato, lindo da ogni male di vivere. Se mi avessero chiamato ad un ipotetico antidoping, non avrebbero trovato sangue nelle vene, ma acqua distillata. Non ho sporcato il mio ambiente. Non ho dovuto parcheggiare una tonnellata di acciaio e, soprattutto qui a Genova, non ho speso una lira.
Ero felice: sono andato in bici e, perché no, ho fatto del ciclismo.
Poi, però, apro il computer e leggo un post sul blog di Fiab Ruota Libera: “Andare in bici non è ciclismo”
Il post, ben scritto e appassionato, riflette su alcuni pregiudizi che ostacolerebbero la crescita dell’uso della bici in Italia. Leggetelo, ne vale la pena:
http://fiab-onlus.it/bici/notizie/a-ruotalibera-opinioni-e-commenti/item/944-bici-non-ciclismo.html
Poi se volete, continuate questo post e ascoltate che ho da dire.

Già al titolo ho strabuzzato gli occhi.
“Andare in bici non è ciclismo “? Per un attimo ho creduto di aver cliccato per errore su un blog degli Automobilisti Anonimi o degli Harleysti più anticiclisti. Poi ho continuato perché il discorso mi appassiona, ma prima di arrivare in fondo, m’ero già reso conto di quanto siano profonde le distanze tra me, Mario Garcia, l’autore del post sul blog cileno (http://biciclub.com/andar-en-bici-no-es-ciclismo/ ) e Stefano Gerosa, il suo traduttore, che lo ha pubblicato su Ruota Libera.
Innanzitutto l’articolo dice che tra i fattori che ostacolano la diffusione della bicicletta in Italia ci sarebbe il considerarla come una forma di esercizio fisico e non come un mezzo di trasporto. E che, a causa di quelli che vanno vestiti con abbigliamento tecnico, coloro che vanno in bici a lavorare verrebbero percepiti come atleti estremi e quindi allontanerebbero le persone normali intenzionate a farlo. Che in questo modo, i ciclisti “agonisti” chiamiamoli così, “spaventerebbero” la maggior parte delle persone che sarebbero interessate ad andare in bicicletta, perchè questa visione della bici rafforzerebbe l’idea di dover arrivare sudati e doversi portare un cambio.
Tutto questo per dire in sostanza che: “Andare in bici non è ciclismo”.

Ora, io dico ma chi l’ha detto? Chi ha detto che andare in bicicletta significa praticarla anche come sport, affrontare duri allenamenti, sopportare esasperanti rinunce? Chi ha detto che occorra vestirsi con body traspiranti in lycra all’ultima moda? Cosa impedisce a chi va in bicicletta di essere appassionato di bicicletta? Se c’è una cosa libera e che va interpretata liberamente, penso sia la bicicletta.
Per usare lo stesso paragone dell’autore, tutti coloro che praticano la corsa o il trekking e usano scarponcini in Gore-Tex, dovrebbero scoraggiare chi va in giro in mocassini?
L’abito non fa il ciclista, non meno che il monaco, l’operaio, il surfista. Conosco avvocati che vanno in ufficio in bici vestiti di licra e poi si mettono un completo gessato per lavorare, ragazze che pedalano in sneakers e si mettono i tacchi appena entrate in redazione. Io stesso per anni mi sono portato una provvidenziale maglietta di ricambio, capita di fare una sudata. E che male c’è? Esistono gli armadietti no?
E, per favore, smettiamola di accettare incondizionatamente il modello abusato delle città nordeuropee: vi pare che le condizioni che si trovano qui da noi a Genova siano le stesse che a Copenhagen o a Amsterdam? E’ ovvio che lassù non si arrivi sudati al lavoro e non ci sia bisogno di cambiarsi: l’inverno è freddo e lungo e tutto è pianeggiante. Ma provare a fare via Assarotti in qualsiasi stagione: o vi piace sudare o vi cambierete appena arrivati.
D’accordo invece contro il pregiudizio sul “paradigma automobilistico” cioè che le bici si debbano mantenere sulla destra a fianco delle auto: me ne guardo bene! Non farei altro che aumentare gli incidenti dovuti ad aperture improvvise di portiere. Niente da dire, almeno fino a quando gli automobilisti non impareranno a usare gli specchietti retrovisori.
Nel suo commento, poi, Stefano Gerosa, si dichiara fieramente ostile alla mentalità del ciclista “sportivo”, arrivando addirittura ad offendersi se qualcuno lo paragona agli appassionati e gli parla del Giro d’Italia. Ma Stefano, chiedo, c’è qualcosa che impedisce a chi va in bicicletta di essere appassionato di bicicletta? Ciò che dicono i giornalisti di oggi, lo sappiamo, è sempre più lontano dalla realtà. Ma, dimmi, tu, in ciclovacanza o in gita, come ti vesti? Metti un cappotto di lana? Uno scafandro o cerchi i vestiti più comodi?
Non capisco perché essere sempre così rigidi e voler soffrire quando oggi la tecnologia ci consente di vestire comodi, freschi o caldi a seconda della stagione, godendosi tutto il piacere di una pedalata . E poi sig. Gerosa, se qualcuno ti parla di Bottecchia, Coppi, Gimondi o Merckx, tu storci il naso invece di riconoscere con loro una fratellanza? Saranno campioni, ma anche loro hanno percorso salite, hanno preso la pioggia, patito il vento, il caldo, il freddo o sono caduti, nei casi più tragici morti sotto un’auto: sono ciclisti. A loro piaceva andare in bici come a te. Qual è la differenza?
Sinceramente, non ho mai sentito questa differenza. Io sono tutto questo: socio Fiab Genova, m’iscrivo a qualche gran fondo, faccio qualche triathlon, partecipo alle randoneé e all’Eroica, vado tutti i giorni in bici a lavorare, a far la spesa, dal dottore o dove capita.
Se tu inforchi una bicicletta, percorri un certo percorso, condividi la strada con altri ciclisti, attraversi città, colline, pianure, tu sei già un ciclista, stai già facendo ciclismo.
Questa discussione sembra una sterile guerra tra poveri, ma ci fa capire una cosa: che anni di dominio automobilistico ci hanno lavato il cervello, che un tempo nessuno si poneva il problema di arrivare sudato perché non c’era altro modo di andare, anche a Genova, lo dimostra “La macchina del tempo a due ruote” , la bella mostra (http://anemmuinbiciazena.wordpress.com/2014/09/18/la-macchina-del-tempo-a-due-ruote-palazzo-tursi/ ) che Annemu in bici a Zena ha recentemente esposto a Palazzo Tursi: ai primi del ‘900, Genova era una città per bici.

Forse post come quello di Gerosa su Ruota Libera il vero motivo per cui molti ciclisti, amanti della bici, donne e uomini a pedali, insomma li si chiami come vuole, non si avvicinano a Fiab. Non mi sembra il modo, l’approccio giusto per raccogliere consensi quello di creare elites o escludere qualcuno. Se si pensa di convincere la gente ad andare in bici con il marketing, io sono su un’altra strada, quella della passione. Altri saranno su quella della praticità, altri percorrono quella dell’ambiente, e poi c’è la moda, il benessere, il fitness, il risparmio. Basta che tutti siano ciclisti.
Perché facciamo pure le nostre città per ciclisti, ma prima s’hanno da fare i ciclisti.

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20 risposte a Andare in bici è ciclismo? SI!

  1. Stefano Gerosa ha detto:

    Ciao Giacomo

    Sono capitato per caso nel sito e ho visto la tua risposta appassionata all’articolo che ho tradotto e commentato per il sito FIAB “Andare in bici non è ciclismo”.

    In realtà, vorrei precisare che l’articolo è pubblicato sul sito nazionale della FIAB nella rubrica “a Ruotalibera” e, come avrai visto, in fondo alla pagina c’è sempre la precisazione che in questo spazio ognuno scrive le sue opinioni che non coincidono necessariamente con quelle della FIAB.

    Ti scrivo comunque per chiederti una cosa, cioè il permesso di pubblicare questo tuo articolo nel sito FIAB nazionale nella stessa rubrica. Ovviamente citerò il tuo nome e cognome e metterò il link al tuo blog.

    Questo perchè, pur non essendo d’accordo con alcune cose che scrivi, penso che nessuno sia portatore di verità assolute e preferisco il dibattito, anche se mi contraddice.
    Quindi se lo pubblico dirò solo che è una risposta al precedente articolo e non lo commenterò nel sito stesso, perchè ritengo la tua sia una critica che resta nell’ambito della correttezza e dell’intelligenza (al limite risponderò in Facebook se qualcuno passa invece dalla legittima critica all’offesa o ad attribuirmi opinioni che non ho mai espresso, come purtroppo spesso capita in Facebook).

    Intanto ti rispondo qui:
    – leggi bene l’articolo. Nessuno ha detto che “ciclismo non è andare in bicicletta” ma esattamente il contrario cioè che “andare in bicicletta non è necessariamente ciclismo”.
    Io non ho detto, anzi non l’ha detto ne Garcia ne io, ne l’ADFC tedesca, che i ciclisti sportivi in licra sono la causa del fatto che molta gente percepisce l’andare in bicicletta solo come un’attività sportiva e, visto che non è avezza alla sportività (come non lo è il sottoscritto) rifiuta soltanto l’idea di farsi qualche chilometro in bici.
    Il problema, ne resto convinto, è che molti sono legati a questa immagine e continuano a trasmetterla (per anni quando si parlava di ciclabili o questioni sui ciclisti urbani molti giornali piazzavano nell’articolo foto di ciclisti sportivi, che ci azzeccano? come sempre si rinforza lo stereotipo, l’immagine stereotipata).
    Il problema è che, a causa di questa mentalità, molti fanno fatica a focalizzare che ci sono altri modi di andare in bici.
    Quindi anche testimonial e ciclo-attivisti dovrebbero sforzasi di dare un’immagine più ampia dei ciclisti.
    Ti vorrei far notare, inoltre, che l’articolo di Garcia è stato pubblicato nel sito (e immagino anche carta stampata) in una rivista argentina rivolta prevalentemente al mondo ciclo-sportivo. Quindi….

    In quanto alla mia personale presunta “allergia”, scrivi:

    “Stefano, chiedo, c’è qualcosa che impedisce a chi va in bicicletta di essere appassionato di bicicletta? “.

    Per la mia esperienza personale direi proprio di no, visto che così il ciclista è percepito dalla stra-grande maggioranza, un appassionato di “corse”.

    Potrei rovesciarti la domanda “ma è possibile il contrario? posso essere visto per quel che sono veramente?”
    E ti potrei anche chiedere, ma l’articolo l’hai letto?

    Ho scritto: “Devo confessare però che un po’ di “passione” effettivamente mi è saltata addosso, scoprendo dopo l’uso urbano della bici anche il cicloturismo. Ma non ho cambiato idea, sono sempre stato un ciclo-viaggiatore tranquillo, vestito abbastanza “casual” (salvo i pantaloncini da ciclista che ho scoperto molto comodi). Anche qui ho dovuto subire un po’ di fastidio, quando la gente incontrata per strada, seppur simpatica, si mette a parlare con me di ciclismo sportivo, dando per scontato che ne faccio parte. Ho sempre spiegato gentilmente che del Giro d’Italia non ne sapevo nulla, non lo seguivo proprio … semplicemente mi piace andare in bicicletta …”

    Non ho mai scritto che mi offendo, se leggi bene dico che la gente che ti ferma è simpatica (ed effettivamente lo è), ma che provo un certo fastidio, è vero, a dover essere “catalogato” per qualcosa che non sono.
    Mi piace andare in bicicletta e vorrei far capire a tutti che è bello ed appassionante, MA non c’è bisogno di essere atleti, e ci si può andare perchè si ama far turismo o stare nella natura senza velleità di imitare i vari campioni.
    E’ la solita questione dello “stereotipo” che mi da fastidio, e ritengo prioritario combattere questa situazione che esternare la mia simpatia per certi personaggi del mondo ciclosportivo.

    Se poi vuoi la verità vera, il ciclismo sportivo attuale ad un certo livello mi fa effettivamente schifo, mi fan schifo tutti quei doppati, quelle carovane di auto che li seguono e tutto il carnevale che ci sta attorno. Ma potrei dire le stesse cose del calcio o di altri sport. Alla fine li vedo tutti un unico brodo.
    Chiaro che invece guardo con simpatia a molti ragazzi (giovani e meno giovani) che si appassionano e corrono per le strade. E molti anni fa, coinvolto proprio da alcuni amici della FIAB (i mitici Amici della Bici di Siena!) a guardare vecchi filmati dell’epopea di Coppi e Bartali, ho capito tante cose, e riconosco che c’era una volta un ciclismo che mi piace e personaggi che anch’io alla fin fine amo e sento vicini. Ma dove son finiti?

    Però ti ripeto, credo che non serva a nulla ripetere o celebrare queste cose un po’ scontate e che tutti sempre condividono (anche se qualcosa su Bartali l’avevo messo a suo tempo nel sito FIAB). In questo momento ritengo piuttosto sia più utile far emergere un’idea dell’andare in bicicletta più alla portata di tutti.
    Con buona pace delle critiche che mi attirerò, come le tue.

    con amicizia

    Stefano Gerosa, webmaster FIAB onlus e Consigliere Nazionale

  2. anemmuinbiciazena ha detto:

    Giarevel, mi hai rubato l’idea dalla penna 😉 quell’articolo aveva destato pure a me qualche mal di pancia ma devo ammettere solo leggendo il titolo…… in reltà il bello della bicicletta è proprio che ognuno la vive in modo personale. Aggiungo che è anche un percorso che cambia nel tempo. Sono quasi trent’anni che vado in bici a Genova ed il mio modo di andarci è cambiato considerevolmente negli anni, e forse anche da un giorno all’altro! lasciami dire solo una critica: Via Assarotti non è bene proporla come un esempio di fattibilità perchè è una delle vie meno adatte alla bici a genova però, se non c’è traffico e poco smog, e hai voglia di pedalare quel giorno è forse la via più bella che c’è 😉

  3. Bici al Pesto ha detto:

    In tempi non sospetti, avevamo già espresso un parere su questo argomento.
    Per chi se lo fosse perso ecco una imperdibile occasione per leggerlo, eccolo :

    Uhm dunque…se andare in bici non è ciclismo, chi fa ciclismo non va in bici ? Insomma distinguiamo chi fa cosa, ma da cosa lo distinguiamo ? Dalla maglia ? dalla bici ? dalle scarpe ? L’importante è differenziarsi, guelfi e ghibellini non muoiono mai. Io personalmente, devo confessarlo, non amo particolarmente quei ragazzotti (in genere anzianotti) tutti fasciati nelle tutine sgargianti di plastica che sfrecciano incuranti di qualsiasi regola di condivisione della strada, e faccio fatica a riconoscere questo modo di andare in bici come un qualcosa di aderente alla mia idea di bicicletta, si insomma i lycra boys mi lasciano perplesso. Ma, d’altro canto, ergersi a giudici dei comportamenti altrui, con sentenza inappellabile, risulta sempre un po’ azzardato ( vi è mai capitato di usare l’automobile un po’ a sproposito ?) E dico anche : i cretini non hanno patria e forse il pensiero elaborato da un indiscutibile grande saggio del ciclismo come il compianto CT Martini che vedeva nella bici in sè ( indipendentemente dal ciclista) un mezzo di civiltà, mi fa un po’ dubitare di alcune certezze.

    La questione è ardua : ciclisti siamo tutti affratellati ? E allora perchè non mi rispondi quando ti saluto ? In definitiva c’è un ciclismo migliore ed uno peggiore ? Uno è ciclismo e l’altro è andare in bici e non ci si parla ? I lycra boys sono arroganti ? i ciclisti urbani sono spocchiosi ? ma poi alla fine della corsa tutti quanti hanno ” odore di vento nei capelli” (GC) Insomma che ne dite ?
    ABAC ? (All Bikers Are Cool ?)

  4. Stefano Gerosa ha detto:

    L’articolo però non si erge a giudice di nessun comportamento, anzi parla bene di chi fa ciclismo sportivo (leggi l’inizio) . Dice semplicemente che bisogna assolutamente togliere dalla mentalità della gente lo stereotipo di un solo modo di andare in bici. Il ciclista in tutina di Licra va benissimo, mi può anche star simpatico, ma non è quello il “modello” da indicare a tutti quelli che potenzialmente potrebbero andare in bici.
    Non capisco perchè si continua a far dire a quell’articolo (che non ho scritto io ma tradotto) quello che non dice.
    Mi si dica piuttosto che non è vero. Che non c’è in giro gente che ti dice “io non vado in bici perchè non sono sportivo, è troppo faticoso” … e poi ne ripariamo.
    Mi si dica che non è vero che tanta gente quando sente bicicletta pensa solo alle corse e non ad altra modalità (io faccio anche cicloturismo e trovo ancora gente che mi dice che son andato a fare l corse in bici!!).
    Insomma si contesti l’articolo nel merito, non in un’immagnaria lesa maestà di qualcuno. Grazie.

    • giarevel ha detto:

      Tu dici che l’art. non si erge a giudice di nessun comportamento, ma, in realtà lo fa, accusando chi veste licra e chi partecipa a competizioni di “spaventare” gli altri. Lascio alla sfera personale di ognuno ciò ce fa paura o no, ma non credo di spaventare nessuno se faccio via assarotti pensando a Gimondi, capisci? Se poi uno non esce in bici perchè mi vede, sono fatti suoi, che prenda l’autobus, basta che non vada in macchina!
      Sono d’accordo invece con l’accusa successiva, quella del doping, ma non é questo comunque il punto che non mi è piaciuto e che mi ha portato a risponderti.
      Non capisco questa ostilità per la licra: forse preferisci la lana caprina? Meglio non usare la tecnologia tessile per identificare la tua idea, sono certo che anche tu vesti in modo a tuo modo tecnico. Se con questo critichi un modello, uno “stereotipo”, il concetto è: serve necessariamente indicare un modello? Oppure possiamo farne a meno? Allora lo stesso discorso vale per i modelli negativi: inutili. Credo sia meglio lasciare la libertà a ognuno di interpretare le cose come vuole, come del resto è giusto per la bici no?

      Quanto a chi dice :”io non vado in bici perché non sono sportivo, è troppo faticoso” secondo me occorre guardare le cose da un punto di vista culturale piuttosto che fisico: in Italia manca la cultura della bici perché siamo assoggettati da quella dell’auto che non é altro che il transfert della poltrona: zero fatica dal salotto di casa a quello dell’auto. Si potrebbero fare altri esempi. Ma sparare contro chi si veste in un certo modo (perchè gli serve, non tanto perchè si identifica in quel che fa) non cambia le cose.

      L’articolo di Garcia dice poi tante cose, ma non ne dice altre: ad esempio che creando attriti tra noi amanti della bici non andremo da nessuna parte. E delle bici elettriche? Sono sicuro che tra un po’ si potrebbe fare lo stesso discorso: ci sarà gente che prima o poi troverà da dire che sono costose o scomode, pesanti o altro.
      Non puoi purtroppo impedire che la gente pensi alle corse quando parla di bici: finché non ci sarà quella cultura di cui parlavo prima ciò accadrà. Ma prendersela con i “licra Boys” è inutile non credi?

      Non c’è nessuna lesa maestà, perché non c’è nessuna maestà. Tutti i ciclisti sono uguali ti ripeto, da Miguel Indurain alla signora Cesira che va a fare la spesa in bici a chi partecipa alle gite e raduni Fiab a me che amo fare tutto questo.

      • Stefano Gerosa ha detto:

        L’articolo non dice che i ciclisti agonisti o in lycra spaventano di per sè. Non se la prende con loro. Dice che spaventano quelli che mostrano questo come “modello” dell’andare in bicicletta (siano i protagonisti stessi che vogliono convincere gli altri a pedalare, siano altri “terzi”). Parla di marketing dell’advocacy ciclistica.
        In pratica dice che bisogna spiegare alla gente che ci son altre modalità e altri modelli dell’andare in bici. Ed è difficile farlo perpetuando una certa immagine.
        Quindi non c’è una critica al mondo dello sport e a chi lo frequenta, c’è una critica all’idea che quel “modello” possa riuscire a portare più gente ad usare la bici.

        Perchè questo dovrebbe creare attriti poi? Proprio non lo capisco.
        Ripeto, state “forzando” il significato di quel’articolo per dire che qualcuno cerca divisioni. Così non è.

        Se la gente, condizionata da un certo clima culturale, pensasse che il ballo è solo il Tango ma non gli piacesse quel ballo perchè troppo difficile? Sbaglierebbero le scuole di Liscio, Salsa e altri balli a dire a tutti “guardate che non c’è solo il Tango, ci son anche altri balli più semplici”? Sbaglierebbero a dire a chi balla il Tango ma dice anche che ama tutti i balli e vorrebbe vedere più gente ballare … “Se fate vedere solo il Tango la gente pensa che il ballo sia solo quello! Mostrate alla gente gli altri balli … please!”.
        I “tangheri” (attenti all’accento, nel senso di chi balla il Tango) dovrebbero sentirsi offesi per questo? Non credo.
        Ecco, non riesco minimamente a capire tutto questo risentimento.

        Ma se dico che io non sono tifoso di Indurain ma mi piace solo andare in bici e quindi rappresento un certo modo di andare in bici, perchè gli altri devono offendersi? Questo proprio non lo capisco. Le differenze ci sono ed è sciocco negarle. Se poi vogliamo andare nella stessa direzione possiamo allearci, bene. Bisogna vedere se tutti vogliamo questo però.

        Se uno mi dice (e ne ho conosciuti) “Io vado in bici solo per correre, per sfogarmi, mi piacciono le gare e le corse ciclistiche, ecc. ecc.. Però per andare a lavorare uso la macchina. I ciclisti urbani sono dei verdi invasati, gente che usa la bici per fare politica!” Scusate. Ma sono io o è lui che crea divisioni e attriti?
        Secondo me nessuno dei due, perchè rappresentiamo semplicemente due mondi diversi, che si toccano solo per alcuni aspetti. La bicicletta per noi rappresenta due cose completamente diverse.
        Io comunque, anche se non son dei suoi, lo rispetto. Però mi si lasci dire, per favore, che ci sono altri modi di intendere la bici e di andare in bici.

        Se poi, come qui si sostiene, esistono oggi molti ciclisti sportivi che usano la bici anche come mezzo di trasporto, e la usano a loro modo, va benissimo. Tutto il mio apprezzamento. Allora veramente non bisogna creare divisioni, son d’accordo.
        Ma allora sforzatevi di leggervi bene un articolo come quello di Garcia e non fargi dire cose che non dice.
        E riconoscete magari qualche ragione a chi, come me, non vuole essere confuso con altri per cui la bici è solo un attrezzo ginnico.

        Anzi, guardate, dirò di più, così ci chiariamo meglio. Anche le immagini di certi eventi cicloturistici della FIAB, dove c’è molta gente comunque in tuta o divisa ciclistica, non mi sembrano adeguati a promuovere la bici oggi, come mezzo di trasporto urbano. La FIAB stessa deve rivedere, alla luce di quel che scrive Garcia, ma soprattutto alla luce di quanto succede in Europa dove esistono molti stili giovanili e “trend” di andare in bici, rinnovare l’immagine e la comunicazione.
        Quindi così la facciamo finita. Non è un problema tra FIAB e i ciclosportivi, ma è il problema di comunicazione su cosa è oggi andare in bici in città tutti i giorni.
        E, se per alcuni il sudore e certi stili di ciclismo urbano estremo possono essere un esca, non lo nego, credo restino una minoranza, mentre mi sembra che i Paesi ad alta densità ciclistica dimostrano che l’immagine di un andare in bicicletta alla portata di tutti è vincente.

      • Stefano Gerosa ha detto:

        Dimenticavo … sulla Lycra. Non è una mia idea … sto solo riportando quel che ormai si dice in Europa.

        Guardate questo articolo del Guardian: “Innovation in, lycra out: what Copenhagen can teach us about cycling”.
        A un certo punto dice:
        “It’s not about the lycra – it’s about all ages and wages
        Copenhagen has long understood the concept of ‘citizen cyclists’. The city has built infrastructure for the 99% – not for those riding about in tight-fitting, man-made fibres. It’s not about who is cycling now, it’s about who could be cycling – all ages and wages.
        Working recently with the London Borough of Southwark, it was interesting to hear how they saw road-warrior cyclists roaring through the area as a hindrance to their plans for developing a bicycle-friendly corner of the city. ”

        E cosa scrive l’ADFC, la principale associazione di ciclisti della Germania.
        http://www.adfc.de/about-us/our-mission-not-for-mamils-only/our-mission-not-for-mamils-only
        Guardatevi anche il flyer allegato (MAMIL: standing for a “Middle-Aged Man In Lycra”, this is the stereotype of an urban cyclist, who looks like – an urban knight.)

        Di fatto mi sembra che in Germania o in Danimarca la figura del ciclista urbano è molto più chiara, molto più distinta che in Italia da quella del ciclo-sportivo. Eppure il problema se lo pongono anche loro. E in Italia no?

  5. giarevel ha detto:

    Caro Stefano,
    ti ringrazio per questa discussione: mi ha fatto capire molte cose. Alcune sono idee che già coltivavo e che si sono confermate. Altre invece nuove sono arrivate a porre dubbi o cementare certezze.

    Non vorrei più discurere sul valore o meno dell’articolo che hai tradotto. Personalmente non sono d’accordo con quel che dice, i motivi li ho scritti sopra.
    Non è più nemmeno il caso di discurere sulla lycra o sulla fibra sintetica, perchè il discorso vestito-identità rischia di essere talebano (tipo burqa o hijab?), per me uno che ama in bici si può vestire un po’ come vuole, lycra, cotone, lanina (e i ciclisti eroici, quelli che vestono d’epoca, dimmi, quelli “spaventano”?). Su questo non ci incontriamo e basta.

    Bello il paragone sul tango; per risponderti, posso dirti che le scuole di Liscio, Salsa e altri balli potrebbero studiare sistemi migliori che quello di attaccare una supposta categoria (che peraltro “balla” cioè pedala come loro) per convincere o mostrare alla gente che ci sono altri modi di ballare, senza dire “Il tango non è ballare”, che è davvero una cosa assurda oltre che sbagliata. Perchè divide e non tiene in considerazione la storia e il progresso di un mezzo di trasporto: la bicicletta.

    Sono sicuro che un tipo vestito da Indurain e l’altro da bike-citizen si saluterebbero se si incontrassero in centro nella City a Londra come a Colgno Monzese, ma ciò che scrive Garcia e tu dici taglia immediatamente ogni comunicazione tra di loro, una roba un po’ infantile del tipo “io quelli vestiti di lycra non li saluto, non me ne frega nulla, sono diversi da me”.

    Ma, detto questo, non mi importa molto di quel che dice il Guardian o l’ADFC: oggi c’è la lycra, domani chissà.

    Scusa, ma sei davvero sicuro che sia il vestiario o l’agonismo o la moda o l’atteggiamento di alcuni o ciò che tu vedi rappresentato dai lycra boys a “spaventare” chi vuole usare la bici nella vita di tutti i giorni o siano piuttosto il traffico, l’inquinamento, la mancanza di strutture? Prova a chiedere in giro, tanto più qui a Genova.

    Senza queste strutture, senza che il ciclista urbano si senta protetto, tutti i discorsi relativi a cosa può convincere o meno la gente a usare la bici ricadono nel proselitismo, nel marketing. E la Fiab nel settarismo.

    E’ infatti quest’ultima tua affermazione a cementare alcuni miei sospetti su Fiab:
    “le immagini di certi eventi cicloturistici della FIAB, dove c’è molta gente comunque in tuta o divisa ciclistica, non mi sembrano adeguati a promuovere la bici oggi, come mezzo di trasporto urbano. La FIAB stessa deve rivedere, alla luce di quel che scrive Garcia, ma soprattutto alla luce di quanto succede in Europa dove esistono molti stili giovanili e “trend” di andare in bici, rinnovare l’immagine e la comunicazione.”

    Se avevo il sospetto che in Fiab ci fosse un’aspetto dogmatico e proselitista, queste indicazioni quasi curiali, su come dev’essere la comunicazione per “beccare” i giovani, come se le avesse emesse un sinodo cardinalizio, mi spaventano e mi deludono un po’: ma come si fa ad approvare e difendere come assoluto un modo nostro malgrado minoritario di vivere la bici. Ripeto che si può essere liberi di usare la bici per sfogarsi in gara e poi magari prendere l’auto, cosa assurda, ma chi la vuole imporre mi fa altrettanto paura.

    Apprezzo molto la veemenza e la passione che metti nelle tue risposte, ma se difendi a spada tratta tutto quel che dice Garcia nel suo articolo non fai che avvalorare questi miei sospetti. Se è poi l’associazione di cui faccio parte a farlo, mi dispiace, ma mi rappresenta sempre meno. E non perchè io sia un lycra boy o perchè ami l’agonismo, ma perchè fa figli e figliasti, crea divisioni, spacca il fronte, quando qui da noi in Italia c’è bisogno di tenerlo assolutamente unito.

  6. anemmuinbiciazena ha detto:

    Signori miei, ho paura che il mondo vada avanti più velocemente di ogni nostra considerazione. Quando ho iniziato a fare propaganda online dell’uso della bici in città non avevo proprio idea di come si sarebbe evoluto il fenomeno che è ancora agli inizi ma ha ormai un meccanismo avviato. Ci sono stuoli di persone che usavano la bici solo per sport che stanno iniziando ad usarla anche in città, ormai è un dato di fatto. Così come persone che hanno iniziato in città e vogliono provare per sport. Credo sia giusto che vi siano gruppi di discussione anche eterogenei tra loro in modo che chiunque possa rispecchiarsi nel modo di viverla che gli pare più congeniale. Personalmente, ma qui rischio di essere “vecchio” in quanto ancorato ad una mia interpretazione legata alla mia esperienza di bici, credo che la dimensione fisica della bicicletta sia un valore da rispettare e proporre in una logica di ritorno al periodo della motorizzazione di massa che ha portato alla progressiva perdita di fisicità. Quindi proporre il suo ritorno mi pare possa avere una appetibilità maggiore, anche nell’ottica di quanto proponeva Stefano. Poi in realtà non credo tanto in una operazione di marketing, perchè ormai siamo saturi di operazioni commerciali. Credo piuttosto in una necessità di cambiare il mondo anche molto egoisticamente per starci meglio dentro tutti.

  7. Stefano Gerosa ha detto:

    Caro Giacomo
    forse, come dici, sarà meglio chiudere questa discussione, perchè come vedo non ci capiamo e tu continui ad attribuirmi concetti che io non ho mai espresso.
    Ti chiederei però, se vuoi rispondermi ancora, un po’ di rispetto; che significa non andare oltre a quel che ho scritto.
    1) Ad es. se dico “ballare non è tango”, per favore, non dire che ho detto “tango non è ballare”.
    2) Da sempre coltivo il dubbio. Non darmi del “dogmatico” basandoti su questa discussione. Un argomento che, evidentemente, ci divide e che vediamo da angolazioni opposte. Non mi conosci, grazie.
    Certamente una tal reazione mi fa capire che forse ho sbagliato a non “dosare” meglio certe frasi. Cercherò di stare più attento. (Mentre i titoli, lo sai bene, serve a volte siano un po’ “provocatori”).
    3) Non me ne frega nulla della lycra e di come ci si veste. Anch’io la penso come te, ognuno deve essere libero! L’ho sempre rivendicato.
    Probabilmente di Lycra (o roba simile) sono anche i miei pantaloncini e qualche maglietta. Parlo male anche di me stesso? Lo ripeto per l’ennesima volta. Non si parla male di nessuno. E’ solo un modo per indicare un certo “ambito ciclistico”, per le ragioni che ho già spiegato. E non l’ho nemmeno coniato io (se in Germania, in Danimarca c’è questa discussione, hai ragione, forse possiamo anche fregarcene. Oppure no?).
    4) Arrivi addirittura a scrivere che io ti confermo un certo dogmatismo della FIAB. E non perchè critico gli altri ma … perchè faccio una critica alla FIAB stessa. Scusa ma questo mi sembra proprio pazzesco. Non ti capisco.
    Ti prego comunque di non estendere miei supposti difetti e opinioni a tutta la FIAB (a meno che non sia un semplice pretesto).
    Sono MIE idee, alcuni in FIAB forse la pensano come me, ma altri no. Comunque non è il pensiero della FIAB (ci sono documenti ufficiali, approvati, il resto è dibattito o indicazione personale).
    E te lo dico anche perchè, su questioni simili, in passato mi sono “scontrato” con altri all’interno di FIAB (persone che sono e restano comunque tra i miei migliori amici). Fiab non è un “monolite” è fatta da persone, anche molto diverse tra di loro.
    5) In quanto al proselitismo, non so, quello forse lo fanno le sette.
    Io ti parlavo di promuovere l’uso della bici, dando all’immaginario collettivo ALTRI modelli di riferimento. E’ una questione di giovani? Certo, ma non solo. Beccarli, dici? Ho un’idea un po’ diversa ma troppo lungo da spiegare (magari un giorno ne parleremo di persona).
    E’ chiaro poi che un’associazione deve anche dotarsi di uomini e mezzi e quindi cerca di presentarsi e promuovere adesioni e coinvolgere. Non ci vedo niente di male o di scandaloso, anzi. Magari lo facciamo male, dici. Ok, incasso, ma se ne parlo è proprio per sollevare la questione.
    6) Non mi sembra, a questo punto, che son io a spaccare il fronte. Ma dai!
    Tra l’altro, a livello personale ho ottimi rapporti con tante persone proveniente dal mondo ciclosportivo (e dintorni vari). La pratica del cicloturismo mi porta anche, con molti di loro, ad una certa comunanza di idee ed obiettivi. E molto spesso i confini tra le varie attività sportivo-amatoriali e cicloturistiche non sono così netti.
    7) Il problema l’ho posto però sul fronte del “ciclismo urbano”. Oggi qui che va in una certa direzione purtroppo ne vedo pochi. In sintesi, più che altro FIAB, Salvaiciclisti (con ciclofficine, critical mass, ecc.), Legambiente e pochi altri (spesso locali). Ovviamente ci sono differenze anche tra questi, ma non così profonde, a mio parere.
    La FCI ed altre associazioni ciclosportive invece son anni che si cerca di coinvolgerle. Qualcosa si è fatto ma, a parte qualcuno, vedo poco interesse. Potrei anche riferirti qualche brutta risposta ricevuta (ma lasciamo perdere, se ci sarà l’occasione ti racconterò personalmente). Son arrivato a pensare che sia tempo sprecato anche se alcuni ed eminenti in FIAB mi hanno smentito, non temere.
    Però dalla maggioranza dei ciclisti sportivi io mi son sempre sentito ripetere altri obiettivi, altre motivazioni. Ma può essere, certo, che le cose stiano cambiando. Tra l’altro l’Italia è lunga e stretta e succedono cose diverse, come dicevi tu con esigenze diverse.

    Se fossimo veramente tutti d’accordo che il problema son le città e le strutture per bici che mancano, allora sarebbe più facile muoverci insieme per ottenerle.
    Potremmo allora anche dire tutti insieme che Gerosa, lasciatelo stare, ha scherzato … e invece “andare in bicicletta è tante cose: andare al lavoro, fare cicloturismo, fare ciclismo, ecc. ecc.”. Se detto questo, poi, si capisse che ogni componente è libera di fare la sua “propaganda”, mirata al suo target e alle esigenze che promuove, l’articolo tradotto da Gerosa potrebbe anche essere visto senza problemi da un altra angolatura.

  8. giarevel ha detto:

    Stefano,
    mi dispiace se pensi che ti abbia mancato di rispetto. Se è così scusami, ma penso che il rispetto sia indipendente dalle argomentazioni, per cui se non ti ho attaccato, insultato o dileggiato, ti prego di non accusarmi di averti mancato di rispetto solo perchè ti contraddico e non sono d’accordo con quel che dici.

    Così facendo non fai altro che confermare ciò che ho scritto precedentemente, ossia una elasticità piuttosto ridotta, l’incerto dogmatismo che ho avvertito nelle tue parole.
    Anche questo tuo rispondermi in 7 punti lo dice: sono le tavole della tua legge.

    Non era mia volontà chiudere questa conversazione, ma non c’è altro da dirci ormai se non ci restano che i sillogismi.

    Proprio non ci capiamo: nonostante tutto il discorso che ho fatto sui motivi per cui ti ho risposto, sono riuscito soltanto a farti ammettere di non aver saputo dosare il titolo, cioè che “Andare in bici non è ciclismo” è vagamente provocatorio. Ma chi volevi provocare, mi chiedo ora, non si sa, non c’è un’autorità che decida cosa è ciclismo oppure no da scuotere con un titolo ad effetto ma una comunità cui credo che il discorso sinceramente non interessi perchè più impegnata a pedalare. I problemi per cui non cresce, ti ripeto, sono altri: sicurezza, traffico, infortunio in itinere ecc. Sistemati quelli potremo anche abbandonarci alla lana caprina (o alla lycra).

    Quanto a Fiab, se questa è la vostra politica vedremo a breve che risultati avrà, perchè mai come ora in Italia la bici si sta sviluppando e mi pare che Fiab faccia una fatica enorme a tenere il passo. Auguri.

  9. Stefano Gerosa ha detto:

    Mi costringi ad intervenire. Stai ancora giudicando la FIAB in base ad un mio articolo, ad una mia riflessione, che non costituisce nulla di fronte all’enorme lavoro di FIAB in Italia. Guarda che è proprio di sicurezza, traffico, infortunio in itinere che ci occupiamo. Certi argomenti li abbiamo tirati fuori noi, la Campagna “In itinere” che citi, ad esempio.
    Dai. Spero prima o poi di avere l’occasione di trovarci per una pedalata con finale davanti ad un bel piatto di trenette al pesto. Magari parlando e ci si chiarisce meglio.

  10. Cristina Castellari ha detto:

    Conosco e stimo sia Giacomo che Stefano, anzi li ho proprio messi io in contatto…e non me ne pento anche se il risultato è stato una discussione dai toni un po’ accesa, anzi no appassionata.
    Si perchè entrambi vivono la bici per passione da tanti anni e con tanto impegno.
    Non voglio dilungarmi ma temo che forse qualche malinteso di comunicazione scritta sia partito in questo blog, perchè so che entrambi rispettano le idee altrui, pur non sempre condividendole.
    Quindi so anche per certo che nessuno vuole mancare di rispetto all’altro e soprattutto la Fiab è stimata come soggetto comunque valido per tutto il lavoro che fa.
    Diciamo che io ci metto il piatto di trenette al pesto della condivisione ciclistica e vi invito a casa mia quanto prima.

  11. giarevel ha detto:

    Ma certo! Porto il vino 🙂

  12. Stefano Gerosa ha detto:

    E io porto la grappa! Ci mettiamo d’accordo, la prima volta che riesco a fare un salto dalle vostre parti (abito a Mestre e lavoro a Venezia). 🙂

  13. Italo portesan ha detto:

    wow, bella discussione, se posso intromettermi mi presento, sono Italo, un ciclista poco piu che sessantenne, che fa un po di tutto in bici, dalla fantozzi alla Parigi Robaix alle randonnee. e che va al lavoro, quando non piove in bici. Ah! sono fortunato perchè lavoro al confine tra Belgio ed Olanda da quasi un anno e quindi vivo l’andare in bici in un mondo, diciamo felice. Onestamente non ho capito molto delle vostre discussione, la bici ha le ruote, sono rotonde e quindi senza spigoli, vanno dappertutto e si possono usare in tutti i modi. E’ solo questione penso di abitudine e di cultura. Non nel senso che noi italiani siamo ignoranti, ma nel senso che siamo forse troppo tifosi. Qui in bici vanno tutti primo perchè ci sono strutture adeguate e gli automobilisti hanno imparato a rispettare il ciclista come utente con pari dignità e non come ostacolo. Secondo perchè quello che alla domenica va in giro in Lycra ( apropositi io persavo fosse gorotex, ovvero una fibra ricavata dal politetrafloruro e non dal polipropilene, ma tanto fa) nei giorni feriali vanno magari al lavoro con la bici piegovole usando parzialmente il treno, oppure usano la bici co il carrellino per prtare a scuola i bambini ( e non il SUV) mentre ci sono le vecchiette miei coetanee che fanno le passeggiate in gruppo. E il bello è che tutti sorridono quando li incroci. Forse è questo il segreto. Ancora un piccolo appunto, Amsterdam è piatta vero, però vanno in giro in bici anche a Liegi dove come salite non shcerzano, vedi la cote de st Nicolas ( o Cote de les italiens) con punte al 18%, la gente scende e fa il pezzettino apiedi senza VERGOGNARSI

  14. giarevel ha detto:

    ciao Italo! wow lo diciamo noi: mai più speravamo di ricevere un così bel commento e dall’Olanda poi!
    Sono pienamente d’accordo con quel che dici, che poi è ciò che mi ha portato a intervenire: la bici ha le ruote, rotonde e senza spigoli, si può usare come la si vuole. E uno può fare la Cote de les Italiens o tutta la mitica Liegi-Bastogne-Liegi come vuole, fermandosi quando vuole senza ledere la maestà di nessuno! In bici siamo tutti uguali.
    (chiedo scusa a te, a Stefano e a tutti se la grafica e la struttura del sito sono un po’ “fluttuanti” ultimamente, ma stiamo lavorandoci ;-)”

  15. xctnt ha detto:

    “ognuno è libero di andare con chi glielo fa tirare”, poi parafrasate voi come volete; l’importante è la libertà,…possibilmente su due ruote!
    bless

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